La Ragazza sull'Albero
Avevo 6 o 7 anni quando una farfalla
si posò sulla mia mano e vi rimase per ore mentre facevo un escursione
tra le montagne della Pennsylvania. Da allora le farfalle mi hanno sempre
accompagnata nei momenti di bisogno,a volte veramente,altre in visione o nel
sogno.In un periodo in cui mi sentivo estremamente abbattuta.ebbi la visione di
una farfalla che bucava il
bozzolo:quando alla fine si liberò era una farfalla magica
di tutti i colori del prisma.Mentre usciva,il guscio marrone si
trasformava in un nastro luccicante che si srotolava.Il giorno successivo,al
lavoro,ero ancora depressa e mi giunse questo messaggio:attraverso le difficoltà
e le prove della vita acquisiamo bellezza e libertà.
Fu allora che cominciai a imparare a
interiorizzare il processo della farfalla che
riguarda sempre la comprensione e
l’abbandono di ciò a cui siamo attaccati. Un bruco fa una vita veramente
comoda e finisce per abituarcisi.Ma non è veramente libero.
Non è propriamente bello.Alla fine,siccome avverte che c’è qualcosa di più
Non perché qualcuno glielo dica ,ma
per un’intuizione profonda abbandona la
tranquillità che lo circonda e tesse intorno a sé il bozzolo.Il bozzolo
proviene dall’interno del bruco,proprio come il nostro distacco viene
dall’interno di noi stessi.
Il bruco si avvolge su se stesso ed è
costretto all’interno di quello spazio piccolo e buio dove niente può
distrarlo.Il sole e la pioggia non possono penetrare il suo mondo.
E
solo nell’oscurità,avvolto
in ciò che ha tessuto dall’interno e al riparo da qualsiasi distrazione. Lo
stesso accade a noi . La vera trasformazione
avviene solo quando siamo in grado di guardare a noi stessi con onestà e siamo
pronti ad affrontare
Gli attaccamenti e i demoni
interiori.liberi dal ronzio delle distrazioni pubblicitarie e dalle false realtà
sociali .Dobbiamo ritirarci nel nostro bozzolo
e affrontare direttamente noi stessi . dobbiamo rivolgerci alla nostra
profonda oscurità interiore,perchè solo abbandonando gli attaccamenti e
affrontando il buio il corpo del
bruco comincia a svilupparsi e le
sue ali belle e luminose prendono forma..
Persino allora ,il bruco deve
annullare un ultimo legame quello con lo spazio buio
E limitato a cui si è abituato,una
nuova forma di tranquillità e comincia a
rompere gli strati del sé in cui si è avvolto.Ciò che c’è al di là non ha
senso,ma risponde a una chiamata superiore .L’ultima lotta permette la
trasformazione finale.Se un essere umano aiuta
la farfalla a uscire dal bozzolo,la farfalla non volerà mai.Solo trovando la
forza di liberarsi dall’ultimo legame,questo delicato essere,con un corpo
talmente leggero e fragile che il respiro sembra spezzarlo,può volare bello e
libero.
Allo stesso modo,solo quando ci
liberiamo di tutti i legami che conosciamo,compresa la preoccupazione per noi
stessi,e quando ci affranchiamo dal bozzolo che abbiamo tessuto intorno a noi
per chiuderci al mondo,solo allora possiamo diventare gli esseri veramente
stupendi che siamo destinati ad essere
Tratto da “ La ragazza
sull’albero” G.B.Hill
Tratto da: Lettere Contro la
guerra
di:
Tiziano Terzani
Nell’Himalaya
Indiana , 17 gennaio 2002
Mi piace essere in
un corpo che ormai invecchia.Posso guardare le montagne senza il desiderio di
scalarle. Quand’ero giovane le avrei volute conquistare.Ora posso lasciarmi
conquistare da loro. Le montagne,
come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l’uomo si sente
ispirato, sollevato.Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci
è difficile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo,
attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell’Himalaya,
sperando di trovare in queste altezze le risposte che fuggivano loro restando
nelle pianure. Continuano a venire.
L’inverno
scorso davanti al mio rifugio passò un vecchio sanyasin vestito d’arancione.
Era accompagnato da un discepolo, anche lui rinunciatario.
“Dove
andate,Maharaj?” gli chiesi.
“A
cercare Dio”, rispose, come fosse la cosa più ovvia del mondo.
Io
ci vengo, come questa volta, a cercare di metter un po’ d’ordine nella mia
testa. Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di
ripartire, di “scendere in pianura” di nuovo, ho bisogno di silenzio. Solo
così può capitare di sentire la voce che sa, la voce che parla dentro di noi.
Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.
Le montagne sono
sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto
solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo.
L’esistenza qui
è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare
alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si
abbeverano gli animali del bosco- a volte anche un leopardo-, faccio
cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il
fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si
impara a ridare valore a ogni piccola cosa. La semplicità è un’enorme aiuto
nel far ordine.
A volte mi chiedo
se il senso di frustrazione, d’impotenza che molti, specie fra i giovani,
hanno dinnanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così
complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo
il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere mani, un mondo
che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
Eppure, dinnanzi
alla complessità di meccanismi disumani -gestiti
chissà dove,chissà da chi- l’individuo è sempre più disorientato,
si sente perso, e finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel
lavoro, nel compito che ha dinanzi, disinteressandosi del resto e aumentando così
il suo isolamento, il suo senso di inutilità. Per questo è importante, secondo
me, riportare ogni problematica all’essenziale. Se si pongono la domande di
fondo, le risposte saranno più facili.
Vogliamo eliminare
le armi? Bene:non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di
fucili, di munizioni , di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei
disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica
l’affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto
che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?
“In tutta la
storia ci sono sempre state le guerre. Per cui continueranno ad esserci” si
dice.” Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di
cominciarne una nuova? “ rispose Gandhi a
chi gli faceva questa solita, banale obbiezione.
L’idea che
l’uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto evolutivo di qualità
era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso. L’argomento è
semplice: se l’homo sapiens,
quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia,
perché non immaginarsi che
quest’uomo, con una nuova mutazione , diventi un essere più spirituale, meno
attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto con il prossimo e meno
rapace nei confronti del resto dell’universo?
E poi: siccome
questa evoluzione ha a che fare con la coscienza , perché non provare noi,
ora,coscientemente, a fare un primo passo in quella direzione? Il momento non
potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è
arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé
stesso con quelle armi che,poco sapientemente, si è creato.
Guardiamoci allo
specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto
enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott’acqua
come pesci, andiamo sulla Luna e mandiamo sonde fin su Marte. Ora siamo persino
capaci di clonare la vita. Eppure , con tutto questo progresso non siamo in pace
né con noi stessi né con il mondo attorno. Abbiamo appestato la terra,
dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli
animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo “amici” e che coccoliamo
finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana.
Aria, Acqua, Terra
e Fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come elementi base della vita
– e per questo sacri – non sono più com’erano, capaci di auto-rigenerarsi
naturalmente da quando l’uomo è riuscito a dominarli e a manipolarne
la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata inquinata.
L’equilibrio si è rotto. Il grande progresso materiale non è andato di pari
passo col nostro progresso
spirituale. Anzi : forse da questo punto di vista l’uomo non è mai stato
tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l’idea che
l’uomo,coscientemente , inverta questa tendenza e riprenda il controllo di
quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora
impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come
se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente
felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo
interno, alla conoscenza di sé.
Idee assurde di
qualche fachiro seduto su un letto di chiodi? Per niente. Questa sono idee che ,
in una forma o in un’altra, con linguaggi diversi, circolano da qualche tempo
nel mondo. Circolano nel mondo occidentale , dove il sistema contro cui queste
idee teoricamente si rivolgono le ha già riassorbite, facendone i”prodotti”
di un già vastissimo mercato “alternativo” che va dai corsi di Yoga
a quelli di meditazione, dall’aromoterapia alle
“ vacanze
spirituali” per tutti i frustrati della
corsa dietro ai conigli di plastica della felicità materiale. Queste idee
circolano nel mondo islamico, dilaniato fra
tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di
jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma innanzitutto
la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse
dell’uomo.
Per cui non è
detto che uno sviluppo umano verso l’alto sia possibile. Si tratta di non
continuare incoscientemente nella
direzione in cui siamo al momento.
Questa direzione
è folle, come è folle la guerra di Osama
bin Laden e quella di George
W.Bush. Tutti e due citano Dio, ma con questo non rendono più divini i
loro massacri.
Allora fermiamoli
. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla
prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo all’oggi dal punto di vista del
domani per non doverci rammaricare
poi d’aver perso una buona occasione. L’occasione è di capire una volta per
tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile
rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza, che
nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore ad
un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta
nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di
eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega.
Come sarebbe il
giorno senza la notte? La vita senza la morte? O il bene ?Se Bush riuscisse,
come ha promesso, a eliminare il Male dal mondo?
Questa idea di
dover ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale. Vivekananda, il
grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell’ottocento negli Stati Uniti
per far conoscere l’induismo . A San Francisco,alla fine di una conferenza,
una signora americana si alzò e
gli chiese”Non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola
religione per tutti gli uomini?” “No” rispose Vivekananda “Forse sarebbe
ancora più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini”
“Gli imperi
crescono e gli imperi scompaiono”dice l’inizio di uno dei classici della
letteratura cinese, Il romanzo dei tre regni. Succederà anche a quello
americano, tanto più se cercherà d’imporsi con la forza bruta delle sue
armi, ora sofisticatissime, invece che con la forza dei valori spirituali e
degli ideali dei suoi stessi Padri Fondatori.
I primi ad
accorgersi del mio ritorno quassù sono stati due vecchi corvi che ogni mattina,
all’ora di colazione, si piazzano sul Deodar, l’albero di dio, un maestoso
cedro davanti a casa e gracchiano a più non posso finché non hanno avuto i
resti del mio yogurt – ho imparato a farmelo – e gli ultimi chicchi
di riso nella ciotola .
Anche se volessi,
non potrei dimenticarmi della loro presenza e di una storia che gli
indiani raccontavano ai bambini a proposito dei corvi. Un signore che stava,come
me, sotto un albero nel suo giardino, un giorno non ne poté più di quel petulante e gracchiante dei corvi. Chiamò
i suoi servi e quelli coi sassi e bastoni li cacciarono via. Ma il Creatore, che
in quel momento si svegliava da un pisolino, si accorse subito che dal grande
concerto del suo universo mancava una voce e, arrabbiatissimo, mandò di corsa
un suo assistente sulla terra a rimettere i corvi sull’albero.
Qui,dove si vive
al ritmo della natura, il senso che la vita è una e che dalla sua tonalità non
si può impunemente aggiungere o togliere niente è grande.Ogni cosa è legata,
ogni parte è l’insieme.
Thich Nhat Hanh,
il monaco Vietnamita, lo dice bene a proposito di un tavolo, un tavolo piccolo e
basso come quello su
cui scrivo. Il tavolo è qui grazie ad una infinita catena di fatti, cose
e persone: la pioggia caduta sul bosco dove è cresciuto l’albero
che un boscaiolo ha tagliato
per darlo a un falegname che lo ha messo assieme coi chiodi fatti da un fabbro
col ferro di una miniera…….Se un solo elemento di questa catena, magari il
bisnonno del falegname , non fosse esistito, questo tavolino non sarebbe qui.
I giapponesi,
ancora quando io stavo nel loro paese, pensavano di proteggere il clima delle
loro isole non tagliando le foreste giapponesi, ma andando a tagliare quelle
dell’Indonesia o dell’Amazzonia. Presto si son resi conto che anche questo
ricadeva su di loro: il clima della terra mutava per tutti,giapponesi compresi.
Allo stesso
modo,oggi non si può pensare di continuare a tenere povera una grande parte del
mondo per rendere la nostra sempre più ricca. Prima o poi, in una forma o
nell’altra, il conto ci verrà presentato. O dagli uomini o dalla natura
stessa.
Quassù, la
sensazione che la natura ha una sua presenza psichica è fortissima. A volte,
quando tutto imbacuccato contro il
freddo mi fermo ad osservare, seduto su un grotto, il primo raggio di sole che
accende le vette dei ghiacciai e lentamente solleva il velo dell’oscurità,
facendo emergere catene e catene di altre montagne dal fondo lattiginoso
delle valli, un’aria di immensa gioia pervade il mondo ed io stesso mi ci
sento avvolto, assieme agli alberi, gli uccelli , le formiche :sempre la stessa
vita in tante diverse, magnifiche forme.
E’ il sentirci
separati da questo che ci rende infelici. Come il sentirci divisi
dai nostri simili.”La guerra non rompe solo le ossa della gente, rompe
i rapporti umani” mi diceva a
Kabul quel vulcanico personaggio
che è Gino Strada. Per riparare quei rapporti, nell’ospedale di Emergency,dove
ripara ogni altro squarcio del corpo ,Strada ha una corsia in cui dei giovani
soldati talebani stanno a due passi dai loro “nemici”, soldati
dell’Alleanza del nord.Gli uni sono prigionieri,gli altri no;ma Strada spera
che le simili mutilazioni, le simili ferite li riavvicinino.
Il dialogo aiuta
enormemente a risolvere i conflitti .L’odio crea
solo altro odio. Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana in
un a macchina, gli israeliani reagiscono
ammazzando due palestinesi, un palestinese si imbottisce di tritolo e va a farsi
saltare in aria assieme a una decina di giovani
israeliani in una pizzeria; gli
israeliani mandano un elicottero a
bombardare un pulmino carico di palestinesi, i palestinesi….. e
avanti di questo passo . Fin quando? Finché son finiti tutti i
palestinesi? Tutti gli israeliani? Tutte le bombe?
Certo:ogni
conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto sarà inutile
finché gli uni non accetteranno l’esistenza degli altri ed il loro essere
uguali, finché noi non accetteremo che la violenza conduce solo alla violenza.
“Bei discorsi.
Ma che fare?” mi sento dire,anche qui nel silenzio.
Ognuno di noi può
fare qualcosa:Tutti assieme possiamo fare migliaia di cose.
La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle nostre
società, per produrre nuove armi,per spendere più soldi per la difesa.
Opponiamoci, non votiamo chi appoggia questa politica, controlliamo dove abbiamo
messo i nostri risparmi e togliamoli
da qualsiasi società che abbia anche lontanamente a che fare con l’industria
bellica.Diciamo quello che pensiamo, quello che sentiamo essere vero: ammazzare
è in ogni circostanza un assassinio.
Parliamo di pace,
introduciamo una cultura di pace nell’educazione dei giovani.Perché la storia
deve essere insegnata soltanto come un’infinita sequenza di guerre e massacri?
Io, con tutti i
miei studi occidentali, son dovuto venire in Asia per scoprire Ashoka, uno dei
personaggi più straordinari dell’antichità; uno che tre secoli prima di
Cristo,all’apice del suo potere, proprio dopo avere aggiunto un altro regno al
suo già grande impero che si estendeva dall’India all’Asia centrale, si
rende conto dell’assurdità della violenza,decide che la più grande
conquista è quella del cuore dell’uomo, rinuncia alla guerra e,nelle
tante lingue allora parlate nei suoi domini, fa scolpire nella pietra gli editti
di questa sua etica.
Una stele di
Ashoka in greco ed aramaico è stata scoperta
nel 1958 a Kandahar, la capitale spirituale del mullah Omar in
Afghanistan, dove ora sono occupati i marines americani. Un’altra, in cui
Ashoka annuncia l’apertura di un
ospedale per uomini ed uno per animali, è oggi all’ingresso del Museo
Nazionale di Delhi.
Ancor più che
fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni
come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia,
l’orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare
atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che
riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più
quello che è giusto,invece che quello che ci conviene. Educhiamo i figli ad
essere onesti, non furbi.
Riprendiamo certe
tradizioni di correttezza,rimpossessiamoci della lingua, in cui la parola
“dio” è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire “fare
l’amore” e non “fare sesso”. Alla lunga, anche questo fa una grossa
differenza.
E’ il momento di
uscire allo scoperto, è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si
crede.una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che
con nuove armi.
Soprattutto
dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso
ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l’uomo che scappa
impaurito dalla propria ombra e dai rimbombare dei suoi passi. Più corre, più
vede la sua ombra stargli dietro;più corre, più il rumore dei suoi passi si fa
forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all’ombra di un albero.
Facciamo lo
stesso.
Visti dal punto di
vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa.
Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte tutti assieme. Questa è una
buona occasione.
Il cammino è
lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello
dell’abbrutimento che ci sta
dinnanzi?
O quello, più
breve, della nostra estinzione?
Allora : Buon
Viaggio !!!! Sia fuori che dentro

Il Sultano
e San Francesco
Non possiamo rinunciare alla
speranza
Terzani Tiziano
Oriana, dalla finestra di una
casa poco lontana da quella in cui anche tu sei
nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi
contro il cielo e ti penso
a guardare, dalle tue finestre a New York, il
panorama dei grattacieli da cui
ora mancano l e Torri Gemelle. Mi torna in mente un
pomeriggio di tanti,
tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga
passeggiata per le stradine
di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi
affacciavo, piccolo, alla
professione nella quale tu eri gi à grande e tu
proponesti di scambiarci delle
«Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina dell'
immediato dopo-Mao in cui
andavo a vivere, tu dall' America. Per colpa mia non
lo facemmo. Ma è in nome di
quella tua generosa offerta di allora, e non c erto
per coinvolgerti ora in una
corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che
mi permetto di scriverti.
Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso
pianeta, ho l' impressione di
stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti
scrivo anche - e
pubblicamente per questo - per non far sentire troppo
soli quei lettori che
forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue
invettive, quasi come dal
crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di
persone e con loro il nostro
senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il
meglio della testa umana
- la ragione; il meglio del cuore - la compassione.
Il tuo sfogo mi ha colpito,
ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha
qualcosa da dire si faccia
avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che,
dinanzi all' indicibile
orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si
fosse paralizzata la
lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando
tutto attorno un assurdo e
confondente chiacchierio. Tacere per Kraus
significava riprendere fiato,
cercare le parole giuste, riflettere prima di
esprimersi. Lui usò di quel
consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni
dell' umanità, un' opera che
sembra essere ancora di un' inquietante attualità.
Pensare quel che pensi e
scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però
che, grazie alla tua notorietà,
la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora
anche nelle scuole,
influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il
nostro di ora è un momento di
straordinaria importanza. L' orrore indicibile è
appena cominciato, ma è ancora
possibile fermarlo facendo di questo momento una
grande occasione di
ripensamento. È un momento anche di enorme
responsabilità perché certe concitate
parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono
solo a risvegliare i nostri
istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell' odio
che dorme in ognuno di noi ed
a provocare quella cecità delle passioni che rende
pensabile ogni misfatto e
permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi
e l' uccidere.
«Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più
difficile che conquistare il
mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile
cammino dinanzi a me»,
scriveva nel 1925 quella bell' anima di Gandhi. Ed
aggiungeva: «Finché l' uomo
non si metterà di sua volontà all' ultimo posto fra
le altre creature sulla
terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza». E tu,
Oriana, mettendoti al primo
posto di questa crociata contro tutti quelli che non
sono come te o che ti sono
antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La
salvezza non è nella tua
rabbia accalorata, né nella calcolata campagna
militare chiamata, tanto per
rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O
tu pensi davvero che la
violenza sia il miglior modo per sconfiggere la
violenza? Da che mondo è mondo
non c' è stata ancora la guerra che ha messo fine a
tutte le guerre. Non lo sarà
nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo.
Il mondo ci sta cambiando
attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare,
il nostro modo di stare al
mondo. È una grande occasione. Non perdiamola:
rimettiamo in discussione tutto,
immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci
illudevamo d' aver davanti
prima dell' 11 settembre e soprattutto non
arrendiamoci alla inevitabilità di
nulla, tanto meno all' inevitabilità della guerra
come strumento di giustizia o
semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte
terribili. Il moderno affinarsi
delle tecniche di distruzione e di morte le rendono
sempre più tali. Pensiamoci
bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra
attuale con ogni arma a
nostra disposizione, compresa quella atomica, come
propone il Segretario alla
Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che
anche i nostri nemici, chiunque
essi siano, saranno ancor più determinati di prima a
fare lo stesso, ad agire
senza regole, senza il rispetto di nessun principio.
Se alla violenza del loro
attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una
ancor più terribile violenza
- ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -,
alla nostra ne seguirà
necessariamente una loro ancora più orribile e poi
un' altra nostra e così via.
Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura
di chi siamo, il senso di
quanto fragile ed interconnesso sia i l mondo in cui
viviamo, e ci illudiamo di
poter usare una dose, magari «intelligente», di
violenza per mettere fine alla
terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e,
tanto per cominciare, chiediamo
a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi
chimiche e armi batteriologice -
Stati Uniti in testa - d' impegnarsi solennemente con
tutta l' umanità a non
usarle mai per primo, invece di ricordarcene
minacciosamente la disponibilità.
Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non
solo questo darebbe a chi lo
fa un vantaggio morale - di per sé un' arma
importante per il futuro -, ma
potrebbe anche disinnescare l' orrore indicibile ora
attivato dalla reazione a
catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in
mano un bellissimo libro
(peccato che non sia ancora in italiano) di un
vecchio amico, uscito due anni fa
in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht
regiert zu werden: ethische
Politik von Sokrates bis Mozart (L' arte di non
essere governati: l' etica
politica da Socrate a Mozart). L' autore è Ekkehart
Krippendorff, che ha
insegnato per anni a Bologna prima di tornare all'
Università di Berlino. La
affascinante tesi di Krippendorff è che la politica,
nella sua espressione più
nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la
cultura occidentale ha le
sue radici più profonde in alcuni miti, come quello
di Caino e quello delle
Erinni, intesi da sempre a ricordare all' uomo la
necessità di rompere il
circolo vizioso della vendetta per dare origine alla
civiltà. Caino uccide il
fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare
Abele e, dopo aver marchiato
Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo
condanna all' esilio dove
quello fonda la prima città. La vendetta non è
degli uomini, spetta a Dio.
Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a
Shakespeare, ha avuto una funzione
determinante nella formazione dell' uomo occidentale
perché col suo mettere
sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto,
ognuno col suo punto di vista,
i suo i ripensamenti e le sue possibili scelte di
azione, il teatro è servito a
far riflettere sul senso delle passioni e sulla
inutilità della violenza che non
raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul
palcoscenico del mondo noi
occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i
soli spettatori, e così,
attraverso le nostre televisioni ed i nostri
giornali, non ascoltiamo che le
nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A
te, Oriana, i kamikaze non
interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in
Sri Lanka con alcuni
giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi
interessano i giovani
palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria
nelle pizzerie israeliane.
Un po' di pietà sarebbe forse venuta anche a te se
in Giappo ne, sull' isola di
Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i
primi kamikaze vennero
addestrati e tu avessi letto le parole, a volte
poetiche e tristissime, scritte
segretamente prima di andare, riluttanti, a morire
per la bandiera e per l'
Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei
capire che cosa li rende
così disposti a quell' innaturale atto che è il
suicidio e che cosa potrebbe
fermarli. Quelli di noi a cui i figli -
fortunatamente - sono nati, si
preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella
fiammata di questo nuovo,
dilagante tipo di violenza di cui l' ecatombe nelle
Torri Gemelle potrebbe
essere solo un episodio. Non si tratta di
giustificare, di condonare, ma di
capire. Capire, perché io sono convinto che il
problema del terrorismo non si
risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le
ragioni che li rendono tali.
Niente nella storia umana è semplice da spiegare e
fra un fatto ed un altro c' è
raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni
evento, anche della nostra
vita, è il risultato di migliaia di cause che
producono, assieme a quell'
evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta
sono le cause di altre
migliaia di effetti. L' attacco alle Torri Gemelle è
uno di questi eventi: il
risultato di tanti e complessi fatti antecedenti.
Certo non è l' atto di «una
guerra di religione» degli estremisti musulmani per
la conquista delle nostre
anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu,
Oriana. Non è neppure «un
attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale»,
come vorrebbe la
semplicistica formula ora usata dai politici. Un
vecchio accademico dell'
Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto
di anti-americanismo o di
simpatie sinistrorse dà di questa storia una
interpretazione completamente
diversa. «Gli assassini suicidi dell' 11 settembre
non hanno attaccato l'
America: hanno attaccato la politica estera americana»,
scrive Chalmers Johnson
nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui,
autore di var i libri - l'
ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l' anno scorso
(in Italia edito da
Garzanti ndr) ha del profetico - si tratterebbe
appunto di un ennesimo
«contraccolpo» al fatto che, nonostante la fine
della Guerra Fredda e lo
sfasciarsi dell' Un ione Sovietica, gli Stati Uniti
hanno mantenuto intatta la
loro rete imperiale di circa 800 installazioni
militari nel mondo. Con una
analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe
parsa il prodotto della
disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson f a l'
elenco di tutti gli imbrogli,
complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli
assassinii e degli
interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti
nei quali gli Stati Uniti
sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti
in America Latina, in
Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale ad
oggi. Il «contraccolpo» dell' attacco alle Torri
Gemelle ed al Pentagono avrebbe
a che fare con tutta una serie di fatti di questo
tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel
1953, seguito dall'
installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del
Golfo, con la conseguente
permanenza delle truppe americane nella penisola
araba, in particolare l' Arabia
Saudita dove sono i luoghi sacri dell' Islam. Secondo
Johnson sarebbe stata
questa politica americana «a convincere tanta brava
gente in tutto il mondo
islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile
nemico». Così si spiegherebbe
il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo
musulmano e che oggi tanto
sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o
meno che sia l' analisi di
Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i
problemi odierni degli
americani e nostri nel Medio Oriente c' è, a parte
la questione
israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione
occidentale di far restare
nelle mani di regimi «amici», qualunque essi
fossero, le riserve petrolifere
della regione. Questa è stata la trappola. L'
occasione per uscirne è ora.
Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica
dal petrolio? Perché non
studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da
una ventina d' anni, tutte le
possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo
così d' essere coinvolti
nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi
dei talebani; ci eviteremmo
i sempre più disastrosi «contraccolpi» che ci
verranno sferrati dagli oppositori
a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a
mantenere un migliore
equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così
anche l' Alaska che
proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai
trivellatori, guarda caso dal
presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo
sanno - sono fra i
petrolieri. A proposito del petrolio, Oriana, sono
certo che anche tu avrai
notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e
dicendo sull' Afghanistan,
pochissimi fanno notare che il grande interesse per
questo paese è legato al
fatto d' essere il passaggio obbligato di qualsiasi
conduttura intesa a portare
le immense risorse di metano e petrolio dell' Asia
Centrale (vale a dire di
quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte,
improvvisamente, alleate con gli
Stati Uniti) verso il Pakistan, l' India e da lì nei
paesi del Sud Est Asiatico.
Il tutto senza dover passare dall' Iran. Nessuno in
questi giorni ha ricordato
che, ancora nel 1997, due delegazioni degli «orribili»
talebani sono state
ricevute a Washington (anche al Dipartimento di
Stato) per trattare di questa
faccenda e che una grande azienda petrolifera a
mericana, la Unocal, con la
consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si
è impegnata col
Turkmenistan a costruire quell' oleodotto attraverso
l' Afghanistan. È dunque
possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di
proteggere la libertà e la
democrazia, l' imminente attacco contro l'
Afghanistan nasconda anche altre
considerazioni meno altisonanti, ma non meno
determinanti. È per questo che
nell' America stessa alcuni intellettuali cominciano
a preoccuparsi che la
combinazione fra gl i interessi dell' industria
petrolifera con quelli dell'
industria bellica - combinazione ora prominentemente
rappresentata nella
compagine al potere a Washington - finisca per
determinare in un unico senso le
future scelte politiche americane nel mondo e per
limitare all' interno del
paese, in ragione dell' emergenza anti-terrorismo, i
margini di quelle
straordinarie libertà che rendono l' America così
particolare. Il fatto che un
giornalista televisivo americano sia stato redarguito
dal pulpit o della Casa
Bianca per essersi chiesto se l' aggettivo «codardi»,
usato da Bush, fosse
appropriato per i terroristi-suicidi, così come la
censura di certi programmi e
l' allontanamento da alcuni giornali, di
collaboratori giudicati non ortodossi,
hanno aumentato queste preoccupazioni. L' aver diviso
il mondo in maniera - mi
pare - «talebana», fra «quelli che stanno con noi
e quelli contro di noi», crea
ovviamente i presupposti per quel clima da caccia
alle streghe di cui l' America
ha già sofferto negli anni Cinquanta col
maccartismo, quando tanti
intellettuali, funzionari di Stato ed accademici,
ingiustamente accusati di
essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero
perseguitati, processati e in
moltissimi casi lasciati senza lavoro. Il tuo
attacco, Oriana - anche a colpi di
sputo - alle «cicale» ed agli intellettuali «del
dubbio» va in quello stesso
senso. Dubitare è una funzione essenziale del
pensiero; il dubbio è il fondo
della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle
nostre teste è come volere
togliere l' aria ai nostri polmoni. Io non pretendo
affatto d' aver risposte
chiare e precise ai problemi del mondo (per questo
non faccio il politico), ma
penso sia utile che mi si lasci dubitare delle
risposte altrui e mi si lasci
porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra
non deve essere un crimine
parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie
nel mondo «ufficiale» della
politica e dell' establishment mediatico, c' è stata
una disperante corsa alla
ortodossia. È come se l' America ci mettesse già
paura. Capita così di sentir
dire in televisione a un post-comunista in odore di
una qualche carica nel suo
partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo
di quell' America che per
due volte ci ha salvato. Ma non c' era anche lui
nelle marce contro la guerra
americana in Vietnam? Per i politici - me ne rendo
conto - è un momento
difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l'
angoscia di qualcuno che,
avendo preso la via del potere come una scorciatoia
per risolvere un piccolo
conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle
prese con un enorme conflitto
di interessi divini, una guerra di civiltà
combattuta in nome di Iddio e di
Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo
fortunati noi , Oriana. Abbiamo
poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti
del fiume, abbiamo il
privilegio di poter stare sulla riva a guardare la
corrente. Ma questo ci impone
anche grandi responsabilità come quella, non facile,
di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto «a creare campi di
comprensione, invece che
campi di battaglia», come ha scritto Edward Said,
professore di origine
palestinese ora alla Columbia University, in un
saggio sul ruolo degli
intellettuali uscito proprio una settimana prima
degli attentati in America. Il
nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel
che è complicato. Ma non si
può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la
quintessenza della doppiezza e
del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati
musulmani da noi come
incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni
verranno ora usate nelle scuole
contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi
che gli italiani di domani,
educati a questo semplicismo intollerante, saranno
migliori? Non sarebbe invece
meglio che imparassero, a lezione di religione, anche
che cosa è l' Islam? Che a
lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da
te disprezzato Omar Kayan?
Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano
l' arabo, oltre ai tanti
che già studiano l' inglese e magari il giapponese?
Lo sai che al ministero
degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul
Mediterraneo e sul mondo
musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano
arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia.
Mi frulla in testa una frase
di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno
vita più lunga delle gesta di
soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i
filosofi vanno più in là degli
storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di
tutti gli altri messi
assieme». Dove sono oggi i santi ed i profeti?
Davvero, ce ne vorrebbe almeno
uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi
erano tempi di crociate, ma il
suo interesse era per «gli altri», per quelli
contro i quali combattevano i
crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci
provò una prima volta, ma la
nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a
malapena. Ci provò una seconda
volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò
indietro. Finalmente, nel corso
della quinta crociata, durante l' assedio di Damietta
in Egitto, amareggiato dal
comportamento dei crociati («vide il male ed il
peccato»), sconvolto da una
spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime,
San Francesco attraversò le
linee del fronte. Venne catturato, incatenato e
portato al cospetto del Sultano.
Peccato che non c' era ancora la Cnn - era il 1219 -
perché sarebbe
interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'
incontro. Certo fu
particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che
probabilmente andò avanti
nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San
Francesco tornasse, incolume,
all' accampamento dei crociati. Mi diverte pensare
che l' uno disse all' altro
le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo,
che il Sultano lesse passi
del Corano e che alla fine si trovarono d' accordo
sul messaggio che il
poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il
prossimo tuo come te stesso». Mi
diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva
ridere come predicare,
fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono
di buon umore sapendo che
comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non
fermarla può voler dire
farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che
predicava a Firenze quando
noi eravamo ragazzi? Riguardo all' orrore dell'
olocausto atomico pose una bella
domanda: «La sindrome da fine del mondo, l'
alternativa fra essere e non essere,
hanno fatto diventare l' uomo più umano?». A
guardarsi intorno la risposta mi
pare debba essere «No». Ma non possiamo rinunciare
alla speranza. «Mi dica, che
cosa spinge l' uomo alla guerra?», chiedeva Albert
Einstein nel 1932 in una
lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l'
evoluzione psichica dell' uomo
in m odo che egli diventi più capace di resistere
alla psicosi dell' odio e
della distruzione?» Freud si prese due mesi per
rispondergli. La sua conclusione
fu che c' era da sperare: l' influsso di due fattori
- un atteggiamento più
civile, ed il giustificato timore degli effetti di
una guerra futura - avrebbe
dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo
avvenire. Giusto in tempo la
morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda
Guerra Mondiale. Non li
risparmiò invece ad Einstein, che divenne però
sempre più convinto della
necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di
morire, dalla sua casetta di
Princeton in America dove aveva trovato rifugio,
rivolse all' umanità un ultimo
appello per la sua sopravvivenza: «Ricordatevi che
siete uomini e dimenticatevi
tutto il resto». Per difendersi, Oriana, non c' è
bisogno di offendere (penso ai
tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c'
è bisogno d' ammazzare. Ed
anche in questo possono esserci delle giuste
eccezioni. M' è sempre piaciuta
nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha,
quella in cui persino
lui, epitome della non violenza, in una incarnazione
anteriore uccide. Viaggia
su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che
ha già i poteri della
preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un
brigante, sta per ammazzare
tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'
acqua ad affogare per
salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non
vuol dire essere contro la
pena in genere ed in favore della libertà di tutti i
delinquenti. Ma per punire
con giustizia occorre il rispetto di certe regole che
sono il frutto dell'
incivilimento, occorre il convincimento della
ragione, occorrono delle prove. I
gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale
di Norimberga; quelli
giapponesi responsabili di tutte le atrocità
commesse in Asia, furono portati
dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli
uni e gli altri, dovutamente
impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano
schiaccianti. Ma quelle contro
Osama Bin Laden? «Noi abbiamo tutte le prove contro
Warren Anderson, presidente
della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate»,
scrive in questi giorni
dall' India agli americani, ovviamente a mo' di
provocazione, Arundhati Roy, la
scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te,
Oriana, famosa e
contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a
cominciare una rissa, la
Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin
Laden per chiedere che
venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il
presidente americano della
Union Carbide responsabile dell' esplosione nel 1984
nella fabbrica chimica di
Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista
anche lui? Dal punto di
vista di quei morti forse sì. L' immagine del
terrorista che ora ci viene
additata come quella del «nemico» da abbattere è
il miliardario saudita che, da
una tana nelle montagne dell' Afghanistan, ordina l'
attacco alle Torri Gemelle;
è l' ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in
nome di Allah uccide se stesso
e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese
che con una borsetta imbottita
di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla.
Dobbiamo però accettare che
per altri il «terrorista» possa essere l' uomo d'
affari che arriva in un paese
povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una
bomba, ma i piani per la
costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di
rischi di esplosione ed
inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un
paese ricco del Primo
Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di
cancro la gente che ci vive
vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di
famiglie? O semplicemente la
costruzione di tante piccole industrie che
cementificano risaie secolari,
trasformando migliaia di contadini in operai per
produrre scarpe da ginnastica o
radioline, fino al giorno in cui è più conveniente
portare quelle lavorazioni
altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano
senza lavoro e non essendoci
più i campi per far crescere il riso, muoiono di
fame? Questo non è
relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come
modo di usare la violenza,
può esprimersi in varie forme, a volte anche
economiche, e che sarà difficile
arrivare ad una definizione comune del nemico da
debellare . I governi
occidentali oggi sono uniti nell' essere a fianco
degli Stati Uniti; pretendono
di sapere esattamente chi sono i terroristi e come
vanno combattuti. Molto meno
convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi.
Per il momento non ci sono
state in Europa dimostrazioni di massa per la pace;
ma il senso del disagio è
diffuso così come è diffusa la confusione su quel
che si debba volere al posto
della guerra. «Dateci qualcosa di più carino del
capitalismo», diceva il
cartello di un dimostrante in Germania. «Un mondo
giusto non è mai NATO», c'
era scritto sullo striscione di alcuni giovani che
marciavano giorni fa a
Bologna. Già. Un mondo «più giusto» è forse quel
che noi tutti, ora più che mai,
potremmo pretendere. Un mondo in cui c hi ha tanto si
preoccupa di chi non ha
nulla; un mondo retto da principi di legalità ed
ispirato ad un po' più di
moralità. La vastissima, composita alleanza che
Washington sta mettendo in
piedi, rovesciando vecchi schieramenti e
riavvicinando paesi e personaggi che
erano stati messi alla gogna, solo perché ora
tornano comodi, è solo l' ennesimo
esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il
terrorismo in certe aree
del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri
paesi. Gli Stati Uniti , per
avere la maggiore copertura possibile e per dare alla
guerra contro il
terrorismo un crisma di legalità internazionale,
hanno coinvolto le Nazioni
Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il
paese più reticente a pagare
le proprie quote a l Palazzo di Vetro, sono il paese
che non ha ancora
ratificato né il trattato costitutivo della Corte
Internazionale di Giustizia,
né il trattato per la messa al bando delle mine
anti-uomo e tanto meno quello di
Kyoto sulle mutazioni climatiche. L' interesse
nazionale americano ha la meglio
su qualsiasi altro principio. Per questo ora
Washington riscopre l' utilità del
Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime
militare e punito con
sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti
nucleari; per questo la Cia
sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare
mafiosi e gangster cui affidare i
«lavoretti sporchi» di liquidare qua e là nel
mondo le persone che la Cia stessa
metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la
politica dovrà ricongiungersi
con l' etica se vorremo vivere in un mondo migliore:
migliore in Asia come in
Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito,
Oriana. Anche a me ogni volta
che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e
mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è
dell' Islam o degli immigrati che ci
si sono installati. Non son loro che han fatto di
Firenze una città bottegaia,
prostituita al turismo! È successo dappertutto.
Firenze era bella quando era più
piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non
perché i musulmani si attendano
in Piazza del Duomo, perché i filippini si
riuniscono il giovedì in Piazza Santa
Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla
stazione. È così perché
anche Firenze s' è «globalizzata», perché non ha
resistito all' assalto di
quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile:
la forza del mercato. Nel
giro di due anni da una bella strada del centro in
cui mi piaceva andare a
spasso è scomparsa una libreria storica , un vecchio
bar, una tradizionalissima
farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a
che? A tanti negozi di moda.
Credimi, anch' io non mi ci ritrovo più. Per questo
sto, anch' io ritirato, in
una sorta di baita nell' Himalaya indiana dinanzi al
le più divine montagne del
mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose
ed immobili, simbolo della
più grande stabilità, eppure anche loro, col
passare delle ore, continuamente
diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La
natura è una grande
maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a
prendere lezione. Tornaci anche
tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la
scatola di un grattacielo,
con dinanzi altri grattacieli pieni di gente
inscatolata, finirai per sentirti s
ola davvero; sentirai la tua esistenza come un
accidente e non come parte di un
tutto molto, molto più grande di tutte le torri che
hai davanti e di quelle che
non ci sono più. Guarda un filo d' erba al vento e
sentiti come lui. Ti passerà
anche la r abbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di
tutto cuore di trovare pace.
Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai
da nessuna parte
